Quaranta milioni di ricordi

Sono appena stata da Kiko, ho perso venti minuti a farmi spiegare la differenza fra un blush e un bronzer; ci ho lasciato giù quaranta euro, e tutto per colpa di mia madre.

Mia mamma vive a duecento kilometri d’autostrada. Mia mamma sta perdendo la memoria.

Io ho appena perso venti minuti e lei ne sta smarrendo quaranta milioni, i ricordi di una vita. Solo che la memoria non la recuperi correndo più veloce verso casa, nè la ricompri come un ombrello che ti dimentichi in un Autogrill della A1 durante il temporale. L’effetto è che una volta, lei mi tempestava di parole, ma ora ha chiuso i rubinetti. Maledetta siccità, odioso warming, che prima surriscaldavi i cellulari tra di noi a forza di raccomandazioni, e ora le stai incendiando i neuroni come uno che da fuoco a un ponte, e addio a chi è rimasto indietro. Dannato warm: ti bistratto, ti storpio, ti trasformo in worm, verme bastardo.

La memoria è qualcosa di tuo, solo tuo, che nemmeno un figlio, perché il figlio è anche di tuo marito e poi – a voler rendere a Dio quel che è suo – nemmeno quello. E infatti la mia mamma – purchè in discreta forma fisica – ieri non ha più riconosciuto il volto di suo figlio (mio fratello) e quindi oggi costringe me a guardare in faccia i fatti: da quando mi ero trasferita nella Grande Città – quella a duecento kilometri – la mamma ogni due giorni mi ricordava di mangiare, di stare accorta agli attentati, ma soprattutto di truccarmi: ‘bisogna che ti tieni  (in tiro, ndr): perché le donne – certe almeno – sono proprio pericolose’. Adesso – dopo quasi vent’anni di repetita iuvant– mangio (mai abbastanza), uso pochissimo la metro, ma di tanto in tanto mi scordo ancora di ricomprare il rimmel, la terra, il rossetto.
E allora oggi ho chiesto alla profumeria di coprirmi i segni di quel tempo che non ritorna. Io invece adesso tornerò veloce alla mia casa di Milano, passerò dal bagno a lasciare giù quaranta euro di polveri scure e sottili e poi me ne andrò in cucina. A preparare polpette bio e a parlare ai miei figli – a mia volta – di piramidi alimentari, complotti terroristici e debolezze della carne. Perché la vita è breve, la memoria lo è di più e io non so più nemmeno dove diamine ho parcheggiato la mini ieri sera.

Penso a mia madre e mi rammarico di non essermi mai fatta spiegare bene la ricetta delle sue mitiche crocchette di patate. Adesso è tardi e la vita è troppo breve per leggersi tutte le ricette che Google ti srotola sulle polpette vegetali. Per cui, se ancora potete, fatevi raccontare il cavallo di battaglia pigliagola di vostra madre. O quello con cui ha conquistato il babbo, o quello con cui vi addormentava in culla.

Quel porcamiseria che volete. Ma fatelo in fretta, che la vita – per quanto corriate – è dannatamente troppo breve.

 

 

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Genitori e omelette

Tre giorni fa mi è capitato di essere svegliata per la colazione da una hostess in volo. Erano le 6.15. La colazione sull’aereo è molto particolare, perché a differenza di tutte le altre (a casa, al bar, in hotel) non scegli tu cosa mangiare. Puoi scegliere solo the o caffè. Abbasso il tavolinetto. Come su ogni prevedibile vassoio, qualcosa mi piace, qualcosa no, qualcos’altro me lo farò piacere. Il cibo a sorpresa mi rimanda ai figli, non ai miei in particolare, ai figli in genere: che a un certo punto della vita ti arrivano come arrivano e tu ti arrangi, che il loro carattere ti piaccia o no. Non scegli che uno sia acido come yogurt, o l’altro più dolce del pancake, e comunque sempre un po’ di plastica. Tu però puoi ancora scegliere cosa bere di caldo. Tea or coffee. Che sia caldo però è davvero importante, perché l’alta temperatura tende a compensare il saporaccio. L’hostess arriva con le bevande e io gagliarda pronuncio “Coffee please”. Lei afferra il thermos e via che lo inclina giù con tutta la rotazione di polso da campionessa di tennis: è l’ultimo sorso del contenitore. “You are lucky, it’s the last one!”. Ci crede veramente. Io esamino il liquidaccio freddo scendere e rimugino: ecco, è toccato proprio a me, l’ultimo goccio. Ultimo, tiepido, rinvenuto. Blah. Il mio vicino di posto invece ha preso il the e la caraffa da cui è sceso era quasi piena. A colpi di acqua calda, ha divorato tutto quello che aveva davanti alla vaschetta, omelette ai funghi compresa. E’ stato lì che ho pensato che quello che fa la differenza nel diventare genitore non è tanto quello che ti portano, ma è come tu lo accogli. Padri e madri, principianti e navigati, al primo volo di cicogna e frequent flyer: i figli son serviti. Fino a quando ci ritireranno il vassoio e sarà ora di lasciargli andare.

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Cercasi auto disperatamente

Dedicato a chi vive in città e condivide la sorte di dover parcheggiare ogni santo giorno in strada. Stamattina sono uscita per il solito accompagnamento a scuola, con passo sicuro: -Ragazzi, l’auto è davanti a quello dei tappeti.

-Anche oggi?

Avrei dovuto insospettirmi. Invece no; ho cappeggiato i tre decisa. Arriviamo ai tappeti e niente, il nulla.

-Direi che non è qui.

Eh, no. Adesso? Mi parte un’escalation d’ansia peggio di quel ‘lascia o raddoppia’ che i tre non hanno mai conosciuto. Forza concentrati, mi dico. Intanto i secondi passano e il freddo no. Chiudo gli occhi come tre anni di yoga ayurveda mi hanno insegnato a fare. Nulla, non ricordo proprio dove l’ho incastrata ieri. Più mi sforzo e più mi sale un cortocircuito cerebrale tipo maschio su materasso appena dopo che ha trovato il suo posto nel mondo. Tremendo.

-Io alla prima ora ho la verifica di algebra.

-Io invece la preside perché manca il prof di latino.

Terza vampata d’ansia. Intanto in sottofondo, coro greco di pressioni tipo ‘ndrangheta.

-Dai forza mamma, pensa a cosa hai fatto ieri pomeriggio. Dai che ce la fai.

Spesa, gommista, palestra. No il gommista era lunedì. Gesù bambino, quest’anno ti prego portami un garage. Faccio un giro su me stessa, tra la nebbia scannerizzo incroci e marciapiedi. Un tizio davanti a noi ha aperto l’auto con il suo bel telecomando. Aveva pure quel bel piumino da 400 euro che piace a me. Bastardo. Ma è bastato distrarmi per avere l’epifania. Ti senti Mosè un attimo dopo la rivelazione.

-Ce l’ho! Davanti al portone rosso. Andiamo…

Siamo corsi come si stessero chiudendo le acque dietro di noi.

Che fatica vivere a Milano. Che casino di città. Ma in fondo è un po’ anche il suo bello, è quella città dove un giorno puoi dimenticarti chi sei e il giorno dopo puoi provare a reinventarti come vuoi.

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Donald ti trovo in forma

Tra le tante non-notizie che scaldano i social, scorgo che Trump ha fatto l’ennesimo commento sessista che ha scaturito la bufera collettiva. Stavolta era diretto a Brigitte Macron, moglie del presidente francese. Sono curiosa e vado a vedere. Pronta a veder trascritta un’autentica sconcezza da Pigalle, leggo: “Ti trovo in forma”. Rileggo. No non c’è scritto “Sei ingrassata un filo” o “Porti bene gli anni”, ma proprio “Ti trovo in forma”.

Ora, non so le altre lettrici, ma a me, 43 enne al galoppo verso l’inevitabile ritenzione idrica, le quattro paroline di Donald non fanno per nulla schifo. Alzi il mouse la quarantenne che si sentirebbe oltraggiata se domani, in attesa alla macchinetta caffè, le sentisse rivolte dal collega del secondo piano. Non parliamo poi se di anni ne hai 64. Nel caso avessi vent’anni in più (mi immagino in fase decadente peggio di Baudelaire)  e un uomo lodasse la mia forma fisica, ecco … io gli risponderei con gratitudine ‘you made my day!’, hai dato un senso alla mia giornata, alle costosissime creme che uso sul collo grinzato a shar pei, e ai cinquanta pettorali al giorno che sfango per arginare il decoltè gravitazionale.

Torniamo alla premiere dame. Il sessismo sotto accusa deriverebbe dal fatto che a un uomo – magari marito di capo di stato – nessuno farebbe i complimenti per la forma fisica. Al massimo a un uomo, così di primo acchito, si fa un complimento per l’orologio/la moglie/lo humour. Italiani, fate i complimenti a una collega per il seiko, il marito o la simpatia. Vi prenderà per materialisti, gay, o crederà di avere l’allure sexy della Littizzetto. Non so, ma se penso all’attenzione per il corpo, a me fanno molto più scandalo novantacinque euro per un’applicazione di fango anticellulite. E comunque, il nostro popolo di latin-lover dovrebbe essere abituato alla pratica dell’adulazione. Forse è alla maledetta gelosia femminile che fatichiamo ad abituarci.

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Dal Black friday al 4 Luglio

Milano, venerdì, sconti a pioggia.E’ mattina: come da prassi una volta la settimana, apro la cartella della posta indesiderata (sia mai che mi scappi una strepitosa proposta editoriale, di quelle alla J.K.Rowling) e sono travolta dagli avvisi non letti. Un attimo per mettere a fuoco che giorno della settimana sia – giorno di catechismo o di kick boxing? – e capisco che quelli che intasano la mia junk-mail non sono altro che i resti del Ringraziamento: più di una dozzina di offerte per il “black friday”.

sale-signUnico dettaglio è che ieri, io non ho sfornato nessun tacchinoXXL, né tanto meno mi è sopraggiunto un bonus-extra da poter investire oggi in shopping, come accade invece nelle generose rimpatriate americane. Sento mancarmi l’antefatto preparatorio. Ma siccome una sbirciata non si nega a nessuna vetrina, sfoglio comunque le mail. Ora: detto da una maratoneta di saldi, non ho nulla contro lo sconto in sè. E’ una cosa che fa bene a tutti, come l’olio d’oliva. Se non fosse che lì per lì, diventa impegnativo decidere su due piedi di portarmi a casa una gabbia per criceti con contagiri, un barbecue a gas e pietra lavica, la licenza per due software di pianificazione finanziaria, o (giuro) un corso di programmazione neurolinguistica ‘la voce che seduce e convince’ a quattrocentocinquanta euro in meno del prezzo originario. Non saprei, ma così dal nulla e senza preliminari non mi sento pronta. Mentre chiudo l’ultima offerta, quella per un costume da prestigiatore in seta indiana, chiama il marito da un taxi di Roma, bloccato peggio di un caveau svizzero, alle prese con una circolazione metropolitana che non fa sconti. Nella capitale, ‘sul venerdì nero non ci piove’ mi dico. Situazione desolante, che però mi riporta a casa.
Dopo Halloween, adesso il black friday… Apro l’agenda online, la scorro avanti e segno veloce un appunto sul 2017. Di questo passo, non vorrei arrivare al prossimo 4 luglio impreparata: la pianura padana illuminata dai fuochi è vicina.

 

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Uomo37

Pazienza se stavolta – con un pugno di righe – mi inimicherò un manipolo di lettori. Signore: questo post è un atto di solidarietà incondizionata a tutti gli uomini. In genee derisi, beffeggiati e compatiti per quell’unica lineetta di febbre che quando arriva li rende all’improvviso debosciati che manco la lebbra. Solo ora comprendo con quanto torto il genere maschile sia stato finora bistrattato per tal motivo. I fatti stanno così: da tre giorni sono raffreddata come un merluzzo e sto male. Diciamo che ‘mi sento male’. La mattina alle sei75e30cb4f2341548b208f5e2ac5dcaff mi sveglio da un sonno ad intermittenza tipo alfabeto-morse e come se avessi dormito su un materasso ad acqua. I muscoli hanno la stessa plasticità degli elastici nei costumi da mare quando li tiri fuori due anni dopo. Eppure non ho febbre. 37 al massimo. Mi sento ingannata e tradita dal termometro, neanche fosse il peggiore degli amanti. Già, perché se non hai almeno due gradi in più, non hai nessun diritto di rintanarti a languir nel letto. Magari con qualcuno che ti serve frullati di vitamine e zenzero, o qualcun altro che ti recita sonetti in endecasillabi. A me andrebbe bene anche un bicchiere di latte e i titoli del Corriere. In casa comunque mi domandano “Hai febbre?”. E io “No…”. E se non hai febbre, devi trottare. Da due giorni sto dietro alle solite cento cose, ma come se tutto non avesse un domani. Stringo i denti, il termometro e l’orgoglio. E solo ora, Uomo37, ti capisco. La prossima sera che ti vedrò pigliare il termometro dallo sportello alto del bagno, stai certo che non ti chiederò nulla. Nessun dettaglio. Come quando tornavi dagli addii al celibato dei vecchi colleghi. La ruota gira, i virus pure; e soprattutto non sapremo a chi di noi toccherà la prossima volta. Nel dubbio, domani compero un po’ di zenzero.

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Girlfriend

Girlfriends-Guide-to-Divorce2014Mi arriva sulla scrivania un nuovo titolo: Divorzio, consigli per l’uso. A parlarmene è stata ieri una collega ormai separata da tre anni. “Una serie streaming da non perdere” mi ha decantato. Non ho potuto far a meno di drizzare le antenne: una serie sul genere di Sex-and-the-city e Desperate-Housewife. Protagonista una donna che, tornata single alla soglia dei quarant’anni, dispensa consigli su come affrontare con ironia il divorzio. Al pensiero di quattro sciamannate sull’orlo della menopausa, mi è salita una vampata di perplessità.
Tanto per cominciare: se le quattro eroine di Sex-and-the-city rincorrevano il matrimonio perfetto per le strade di NY, mentre le protagoniste di DespHosewife facevano stretching per allungar quello che credevan essere il matrimonio perfetto, in questo Girlfriends’ dove finirà la tensione di una costruzione positiva? Ma soprattutto: come si fa a ridere di un argomento così delicato? Roba che, se su Google digiti “divorzio commedia”, come primo risultato vien fuori un link di Wikipedia: “Ossimoro”.

Ciò che salva le protagoniste di Sex-and-the-city – al di là dei cliché femministi – è proprio la loro umanità. Speriamo quindi che anche le Girlfrinds siano altrettanto simpatiche, non solo stereotipati burattini volti a sdoganar un altro mito di progresso. Ripenso alla collega che la sera in camera non si ritrova due piedoni caldi ma un televisore trenta pollici; mentre io mi trovo un marito che mi scalda gli alluci dicendomi: “Sarà vero che le donne vivono di più, ma i vostri piedi muoion almeno quarant’anni prima”. Allora gli perdono anche di avermi inchiodata per centocinqua-minuti a “Band of Brothers”, epico cofanetto tv a spropositato tasso bellico. Ma come riesce un uomo a immedesimarsi con nonchalance nell’artefice di tredici bombardamenti? Per poi oltretutto – un attimo dopo – far sopprimere a me la zanzara sul comò. Se non altro, le Girlfriends mi richiamano al fatto che se stiamo (ancora) insieme, ci sarà un perché…

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