Dal Black friday al 4 Luglio

Milano, venerdì, sconti a pioggia.E’ mattina: come da prassi una volta la settimana, apro la cartella della posta indesiderata (sia mai che mi scappi una strepitosa proposta editoriale, di quelle alla J.K.Rowling) e sono travolta dagli avvisi non letti. Un attimo per mettere a fuoco che giorno della settimana sia – giorno di catechismo o di kick boxing? – e capisco che quelli che intasano la mia junk-mail non sono altro che i resti del Ringraziamento: più di una dozzina di offerte per il “black friday”.

sale-signUnico dettaglio è che ieri, io non ho sfornato nessun tacchinoXXL, né tanto meno mi è sopraggiunto un bonus-extra da poter investire oggi in shopping, come accade invece nelle generose rimpatriate americane. Sento mancarmi l’antefatto preparatorio. Ma siccome una sbirciata non si nega a nessuna vetrina, sfoglio comunque le mail. Ora: detto da una maratoneta di saldi, non ho nulla contro lo sconto in sè. E’ una cosa che fa bene a tutti, come l’olio d’oliva. Se non fosse che lì per lì, diventa impegnativo decidere su due piedi di portarmi a casa una gabbia per criceti con contagiri, un barbecue a gas e pietra lavica, la licenza per due software di pianificazione finanziaria, o (giuro) un corso di programmazione neurolinguistica ‘la voce che seduce e convince’ a quattrocentocinquanta euro in meno del prezzo originario. Non saprei, ma così dal nulla e senza preliminari non mi sento pronta. Mentre chiudo l’ultima offerta, quella per un costume da prestigiatore in seta indiana, chiama il marito da un taxi di Roma, bloccato peggio di un caveau svizzero, alle prese con una circolazione metropolitana che non fa sconti. Nella capitale, ‘sul venerdì nero non ci piove’ mi dico. Situazione desolante, che però mi riporta a casa.
Dopo Halloween, adesso il black friday… Apro l’agenda online, la scorro avanti e segno veloce un appunto sul 2017. Di questo passo, non vorrei arrivare al prossimo 4 luglio impreparata: la pianura padana illuminata dai fuochi è vicina.

 

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Uomo37

Pazienza se stavolta – con un pugno di righe – mi inimicherò un manipolo di lettori. Signore: questo post è un atto di solidarietà incondizionata a tutti gli uomini. In genee derisi, beffeggiati e compatiti per quell’unica lineetta di febbre che quando arriva li rende all’improvviso debosciati che manco la lebbra. Solo ora comprendo con quanto torto il genere maschile sia stato finora bistrattato per tal motivo. I fatti stanno così: da tre giorni sono raffreddata come un merluzzo e sto male. Diciamo che ‘mi sento male’. La mattina alle sei75e30cb4f2341548b208f5e2ac5dcaff mi sveglio da un sonno ad intermittenza tipo alfabeto-morse e come se avessi dormito su un materasso ad acqua. I muscoli hanno la stessa plasticità degli elastici nei costumi da mare quando li tiri fuori due anni dopo. Eppure non ho febbre. 37 al massimo. Mi sento ingannata e tradita dal termometro, neanche fosse il peggiore degli amanti. Già, perché se non hai almeno due gradi in più, non hai nessun diritto di rintanarti a languir nel letto. Magari con qualcuno che ti serve frullati di vitamine e zenzero, o qualcun altro che ti recita sonetti in endecasillabi. A me andrebbe bene anche un bicchiere di latte e i titoli del Corriere. In casa comunque mi domandano “Hai febbre?”. E io “No…”. E se non hai febbre, devi trottare. Da due giorni sto dietro alle solite cento cose, ma come se tutto non avesse un domani. Stringo i denti, il termometro e l’orgoglio. E solo ora, Uomo37, ti capisco. La prossima sera che ti vedrò pigliare il termometro dallo sportello alto del bagno, stai certo che non ti chiederò nulla. Nessun dettaglio. Come quando tornavi dagli addii al celibato dei vecchi colleghi. La ruota gira, i virus pure; e soprattutto non sapremo a chi di noi toccherà la prossima volta. Nel dubbio, domani compero un po’ di zenzero.

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Girlfriend

Girlfriends-Guide-to-Divorce2014Mi arriva sulla scrivania un nuovo titolo: Divorzio, consigli per l’uso. A parlarmene è stata ieri una collega ormai separata da tre anni. “Una serie streaming da non perdere” mi ha decantato. Non ho potuto far a meno di drizzare le antenne: una serie sul genere di Sex-and-the-city e Desperate-Housewife. Protagonista una donna che, tornata single alla soglia dei quarant’anni, dispensa consigli su come affrontare con ironia il divorzio. Al pensiero di quattro sciamannate sull’orlo della menopausa, mi è salita una vampata di perplessità.
Tanto per cominciare: se le quattro eroine di Sex-and-the-city rincorrevano il matrimonio perfetto per le strade di NY, mentre le protagoniste di DespHosewife facevano stretching per allungar quello che credevan essere il matrimonio perfetto, in questo Girlfriends’ dove finirà la tensione di una costruzione positiva? Ma soprattutto: come si fa a ridere di un argomento così delicato? Roba che, se su Google digiti “divorzio commedia”, come primo risultato vien fuori un link di Wikipedia: “Ossimoro”.

Ciò che salva le protagoniste di Sex-and-the-city – al di là dei cliché femministi – è proprio la loro umanità. Speriamo quindi che anche le Girlfrinds siano altrettanto simpatiche, non solo stereotipati burattini volti a sdoganar un altro mito di progresso. Ripenso alla collega che la sera in camera non si ritrova due piedoni caldi ma un televisore trenta pollici; mentre io mi trovo un marito che mi scalda gli alluci dicendomi: “Sarà vero che le donne vivono di più, ma i vostri piedi muoion almeno quarant’anni prima”. Allora gli perdono anche di avermi inchiodata per centocinqua-minuti a “Band of Brothers”, epico cofanetto tv a spropositato tasso bellico. Ma come riesce un uomo a immedesimarsi con nonchalance nell’artefice di tredici bombardamenti? Per poi oltretutto – un attimo dopo – far sopprimere a me la zanzara sul comò. Se non altro, le Girlfriends mi richiamano al fatto che se stiamo (ancora) insieme, ci sarà un perché…

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Dove diavolo son finite le mezze stagioni e perché.

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Per chi il 3 agosto era troppo perso a stipare borse frigo da spiaggia per accorgersene, a Londra era già Christmas time (http://urly.it/214mx). Selfridges, uno dei più importanti grandi magazzini della city, ha deciso di bruciare tutti sul tempo: a poco più di metà anno, ha dichiarato di esser pronto ad inaugurare lo spazio-regalistica di Natale. E poi ci si lamenta che non esistono più le mezze stagioni. Adesso finalmente mi spiego l’estinzione. Le mezze stagioni ce le hanno rubate gli esperti di marketing. Prendi l’autunno: ne stanno facendo un bel falò da spiaggia. Ci faran trovare le ceneri direttamente in un caminetto di montagna su cui penzola la calza di lana rossa pronta per i doni.

Ora: pubblicitari e compari, io capisco le esigenze commerciali di tirare le vendite alla stregua di una slitta da renne, ma mettetevi anche nei panni di noi altri consumatori che a settembre ci troviamo a tu per tu col bagnino di Viserba travestito da Babbo Natale. Non possiamo vivere i prossimi cinque mesi in funzione di un solo momento che verrà.

Io voglio godere del tempo presente, e per farlo mi serve un po’ di contesto, di coreografia, di … preliminari – tanto per capirsi in un linguaggio familiare. Un presente e un prossimo futuro fatto – non di un Gesù Bambino al quinto mese di gestazione – ma di quella realtà gravida di castagne, nebbie, uva matura, pozzanghere, cortili, foglie secche, campionati, termosifoni, brine, polenta… Ridatemi Settembre. E bambini che scrivono il tema sulla vendemmia, piuttosto che letterine a Gesù per chiedere regali. Ridatemi Novembre: non voglio ricordarmi che siamo in questo mese solo per l’F24 dell’Inps da pagare.

Altrimenti – se mi presenterete le superofferte dei panettoni al cioccolato al primo martedì di Ottobre – arriverò a Santo Stefano con la nausea. Ma tanto lo so: che sul giornale del 26 Dicembre mi farete trovare, accanto al servizio sulle crociere estive, anche la pubblicità delle pastiglie contro il mal di mare. Nausea per nausea, tanto vale ottimizzare, vero?

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Assicurazione a misura di desp housewife

Il citofono mi suona giusto mentre son lì, ad un passo dall’acquistare la quinta stagione usata di “Desperate housewife”. C’è posta per me. Dall’Inail. Qualcosa non mi quadra. La busta stracciata di corsa svela un curioso bollettino postale. Oggetto: il pagamento dell’assicurazione della casalinga, che – a quanto leggo – parrebbe divenuta obbligatoria. Oibò. E come si è sparsa la voce su quel che faccio o non faccio tutto il giorno? Eppure, davanti all’impiegata delle carte d’identità che per ultima mi chiedeva la professione, son quasi certa di aver dichiarato ‘mantenuta’ e non ‘casalinga’. Sono perplessa.
Se lo Stato chiede che m’assicuri – mi dico – sarà per tutelarmi nel caso d’infortunio: metti che tracolli dalla scala mentre sto sfregando il vetro alto sopra la doccia, oppure che mi scoppi in faccia – chessò – un barattolo di salsa mentre sterilizzo i contenitori col passato di pomodoro… Certo, le probabilità che mi imbatta in una di queste eventualità sono un po’ bassine… Tutto sta a vedere cosa copre questa benedetta polizza. Certo, se mi tutelasse anche da eventuali scottature solari prese sulla sdraio-nel-balcone-del-cucinino… O da eventuali danni derivanti dall’abuso di microonde all’ora di cena, allora ci potrei anche fare un pensierino. L’importo da versare è su per giù quello del cofanetto-TV che stavo regalandomi. Ma la sopraggiunta spesa imprevista mi fa desistere dal premere il tasto-acquista. Proprio mentre chiudo rassegnata la finestra di Amazon, mi prende il dubbio. Sarà mica che con la scusa dell’assicurazione rischio poi di accollarmi il doppio del lavoro? Per esempio: son tre settimane che peroro la causa delle mensole giù in cantina presso mio marito. Stai a vedere che ora – con la scusa della categoria protetta – l’eletta a svolgere i lavori più a rischio sarò io. “Se quando si porta giù l’immondizia si viene attaccati dal doberman del vicino, tanto vale essere risarciti!” sarà da oggi il motto dei miei figli? Cribbio, no. Riapro veloce l’ultima finestra di Amazon. Al diavolo, per pagare l’assicurazione c’è tempo. Voglio prima capire bene se rientro tra i contribuenti obbligati: su questa questione, son più che mai decisa a vender cara la pellaccia.

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Il piacevole ritorno del vocabolario

Carissimi amanti, se una volta c’era Playboy, oggi c’è la Treccani. Una nuova ricerca ha scoperto che imparare una nuova parola attiva nel cervello gli stessi circuiti di appagamento che si innescano durante attività piacevoli; sesso in primis.
Cari compagni di letto, non stupitevi pertanto se stasera, quando raggiungerete in camera le vostre amate, le troverete concentrate a sfogliar la relazione di collaudo dell’impianto elettrico. Volete mettere l’euforia che dei documenti turgidi di tecnicismi possono accendere nei non addetti ai lavori?
“Tesoro, hai visto il referto della colonscopia di mia mamma?”. Così, come preliminare. Altro che quei porno-soft che riciclano trame e parole come se fossero candele profumate!
Basta fare due conti: l’italiano colto conosce mediamente 40mila parole. Ma il nostro idioma ne contempla quattro volte tanto. Cari mariti dunque, la prossima volta che rincasate con inaccettabile ritardo, lasciate perdere l’azalea del fiorista all’angolo: regalate un vocabolario! Al limite, anche qualche foglio per volta va bene. Anzi, siate previdenti: teneteci da parte in caldo le pagine dalla P in avanti per quando ci arriverà la tiepida menopausa e ve ne saremo grati sul lungo termine. La gratificazione sarebbe simile anche a quella derivante dal cibo. Buono a sapersi per noi mogli, stavolta. Noi che facciamo così fatica ad aiutare i nostri bravi mariti a tener duro con la dieta. Io stasera, ad esempio, per cena gli faccio trovare una tazza di sedano bollito e.. al posto della Gazzetta dello Sport, la parafrasi del terzo canto del Paradiso. Spiegazione verso-per-verso che, tra l’altro, mi prenderà più tempo della cottura di un brasato al barolo. Tanto per chiarire. Speriamo solo che lui la prenda bene.
Dobbiamo insomma ammettere che stavolta gli scienziati ci han dato proprio degli belli spunti. Sarà la volta buona che – davanti a un nuovo termine a piè di una pagina noiosa – non ci faremo più prendere dalla solita … pandiculazione.

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Decidiamo di pancia

3252847916_05bf918695_b.630x360“La fame fa prendere decisioni migliori. Se siete a un bivio decisivo, ragionateci a stomaco vuoto: la fame ci guida verso la scelta giusta, evitando che ci perdiamo in contorti e complessi ragionamenti”. Questa la teoria emersa da uno studio dell’Università di Utrecht. Ecco. Certo che non potevano scoprirlo prima? Sarebbe bastato anche una settimana fa, per dire. Pazienza. Se non altro, adesso posso giustificare con prove scientifiche la mia bulimia di shopping di tre giorni fa. Se oggi mi ritrovo il terzo paio di polacchini neri nell’armadio, un dolcevita troppo stretto e una minigonna-fluo-a-scacchi abbinata a un bomber in finta-vernice arancione, non è propriamente colpa mia.
Se infatti è vero – come dice la ricerca – che la fame risveglia lo stato d’allerta e migliora l’autocontrollo, sarebbe stato sufficiente che prima del pomeriggio in centro mi fossi trattenuta dallo spazzolare la mezza teglia di tiramisù che era avanzata dalla sera prima… Ma tant’è. Ora però che ho scoperto il trucchetto, sento d’avere una marcia in più!

1 day after. Sabato mi alzo di buon mattino, accendo computer e fornetto elettrico. Scongelo due brioche per i ragazzi e senza indugio mi attacco al sito vacanzaperfetta.it. Devo assolutamente prendere una decisione sulle prossime ferie natalizie. Sono pronta. Per conciliare una ghiotta villeggiatura con un budget scarno, adesso posso contare su undici ore di digiuno alle spalle. Speriamo che bastino. Fatto sta che in meno di un’ora mi sfilano davanti: le offerte di tredici agriturismi toscani, una tazza traboccante di muesli al cioccolato, sei pacchetti-baita-con-cucina-tirolese, due profumanti toast al formaggio e altrettante crociere che sbandierano cinque piani di ristoranti diversi… Ok. Ce la posso fare. Scarabocchio due conti e mi preparo una tazza di the. Sì, perché pare che anche bere tanto aiuti il processo decisionale. Nel senso che trattenersi dal correre in bagno per la più sana delle impellenze, agevola il tenere a bada gli istinti e quindi le decisioni impulsive… Tracanno la tazzona ancora bollente a sorsate di: all-inclusive, cenoni di capodanno, sagre di prodotti tipici… Inizio a essere nervosa. Altra tazza di the.
“Mami” domanda la piccola da dietro i baffi di crema gianduia “devi per caso andare in bagno??”.
“Io? Ma no, tesoro.. Tamburellare per terra i piedi a sparachiodi mi aiuta a pensare”. Diamine, mi sta scappando anche la pazienza.
“Mami, vuoi finire il mio croissant? Io sono piena..”. Butto l’occhio. Ancora tiepida, la sfoglia burrosa ha un richiamo che sfida ogni possibile offerta last minute. Lo stomaco intanto brontola tariffe troppo alte. Ma ormai è diventata una questione di principio. Mi mordo il labbro e le accenno di posarlo sulla tovaglietta di papà. Il quale, bello fresco di doccia, si affaccia giusto un attimo dopo in cucina. All’alba delle 10.15.
“Ah, vedo che tu hai già fatto colazione!” commenta scrutando i resti di tre bustine english-breakfast depositate sull’alveo della tazza. Ma a questo punto ho taccato anche io il fondo. Ripesco sul monitor la terza finestra aperta su Safari e clicco decisa su ‘prenota vacanza’. Il bip della mail pochi secondi dopo mi segnala la conferma: abbiamo appena bloccato una settimana in pensione completa all’azienda agricola Porcello felice.
Adesso sì che si ragiona. Afferro dalla credenza il barattolo della nutella e mentre chiedo a mio marito di scongelare un filoncino di pane anche per me, sparisco di corsa in bagno. Possibile che per decidere con un briciolo d’avvedutezza bisogni arrivare a tanto? Speriamo che almeno, a esser soddisfatto della conclusione, sia anche lui.

Lui. Lo stesso che quindici anni fa mi ha fatto la gran proposta di matrimonio appena fuori da quel prelibato ristorante romagnolo. E io subito, sazia come non mai di tortellini ripieni di amore e prosciutto, gli ho gridato… SÍÍÍ!

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